Quel pugno in faccia che è MAID

Ci ho messo del tempo ad avvicinarmi a MAID, serie Netflix che nella mia bolla social è letteralmente esplosa in commenti entusiastici e recensioni sublimi. Ci ho messo del tempo perché, fondamentalmente, sapevo che non sarebbe stato semplice e avrebbe richiesto una grandissima volontà di accettazione e rielaborazione di ricordi che, per un certo periodo della mia vita, ho semplicemente deciso che non esistessero.

Maid infatti racconta la vita di Alex e sua figlia Maddy, partendo dalla loro fuga notturna dalla “casa” condivisa con il compagno e padre Sean, alcolista e incline a quel particolare tipo di violenza che fatichi a riconoscere e ancor più a raccontare e dimostrare. Ce lo spiega proprio Alex, a colloquio prima con gli assistenti sociali e poi in una casa rifugio: lei in fondo quel posto lo sta solo rubando a una vera vittima.

I ricordi però sono subdoli e scappano dai binari del controllo senza chiedere il permesso: così Alex deve pian piano fare i conti con l’aggressività verbale, la manipolazione, le sottili critiche mascherate da consigli casuali che senza nemmeno rendersene appieno conto Sean ha disseminato nel suo percorso agendo sull’autostima della sua compagna, minando le sue sicurezze, controllato le sue spese, le sue amicizie, le sue prospettive, la sua capacità di mantenimento e indipendenza.

Nel pieno della sua immaturità emotiva Alex non vede nelle sue accuse, nei pugni al muro, nei mobili gettati per strada dopo aver scoperto della sua gravidanza o nei soldi che faticosamente le concede il tentativo di affermarsi di Sean a discapito del suo essere. Sceglie inconsapevolmente di ignorare la debolezza, l’arroganza disperata, l’attaccamento morboso e l’incapacità di provare dell’affetto costruttivo da parte del suo compagno, racchiudendo tutto in un unico, doloroso sentimento: la paura. Giorno dopo giorno Alex si lascia risucchiare in un vortice di dubbi, insicurezze e dipendenza affettiva, fisica, economica. Si renderà conto solo dopo molto tempo, e non così d’improvviso come sembrerebbe a un primo sguardo, quanto i problemi che affliggono lui l’abbiano infettata, spingendola a portarne sempre più il peso senza saper bene spiegare perché.

Sullo sfondo restano una madre, Paula, problematica e psicotica, capace di grandi gesti d’affetto contrapposti a immediati allontanamenti e rifiuti, un padre sulla via della redenzione incapace di scrollarsi di dosso la sua inadeguatezza per assumere un ruolo di guida e Maddy che, malgrado i suoi tre anni scarsi, diventa il vero motore di tutto. Sarà per lei che Alex non si darà per vinta. Sarà sempre lei a spronarla, presentando ad Alex il conto delle sue possibilità sempre più ridotte, quando la caduta apparirà ormai definitiva.

Nel corso dei 10 episodi della miniserie la figura di Alex finisce per regalare un’altalena complessa e rapidissima di empatia, compassione, sconcerto, dolore, gioia e disprezzo. La si finisce per odiare, quella ragazzina che non sembra trovare la forza per arrabbiarsi; dimessa, arrendevole, così apatica da diventare un tutt’uno con quel divano che ha alla fine deciso di voler abitare. La vediamo cadere sempre più a fondo, senza più voglia di rialzarsi, scatenando quella rabbia cieca in chi la guarda e che vorrebbe solo urlarle in faccia la brutalità della sua condizione come se fosse lampante, impossibile da voler consapevolmente ignorare o giustificare.

Ma Maid si muove anche su un terreno complesso e fragile, dissestato e sfumato, che è quello di chi alla violenza domestica sopravvive. E se forse è così facile dall’esterno giudicare Sean come violento e manipolatore, Alex come debole e arrendevole e Maddy come vera vittima di degrado sociale, all’interno non si riescono a trovare gli stessi confini. Sean può essere anche capace di cura e cercare di alimentare a modo suo la scintilla del cambiamento, tra le mille difficoltà che il disagio in cui è cresciuto ancora gli presenta. Alex può essere lucida e incisiva nei giudizi, dotata di uno spirito così empatico verso la vita da vincere per ben due volte una borsa di studio in materie umanistiche.

Chiunque abbia vissuto nella violenza, specie emotiva, sa che si arriva al punto in cui si crolla in ginocchio, dandosi della stupida per aver davvero creduto di poter fare la differenza. Non è però un’epifania, ma un processo di continue prese di coscienza e negazione, forza e debolezza, atti di coraggio e cadute. Sette, dicono ad un certo punto, come se fosse davvero possibile quantificare. L’unico dato che credo possa essere certo per tutti è che prima devi passare per un viaggio infernale nel tuo essere, facendo i conti con le scelte che ti hanno condotta a quel preciso momento, scomponendo tutta la tua vita e cercando di ricomporla nel modo più simile a come avresti voluto davvero viverla. Non per cambiare il passato, ma per impedirti di cedere ancora. Perché, se non sei pronta a reggerti in piedi, il risultato sarà scontato.

E allora forse una come Alex la si finisce per odiare perché con il suo sorriso pulito e la sua incredibile voglia di essere fino alla fine di aiuto ai suoi cari nonostante il suo inferno, ci ricorda essere padroni di sé stessi è molto più difficile e meno comune di quanto vorremmo disperatamente credere.

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