Welcome! Everything is fine

C’è una serie passata molto sottotono, che però ha il pregio di avermi involontariamente accompagnata negli ultimi tre anni e mezzo: The Good Place. Come ogni serie che alla fine arriva a stupire, il suo approdo sullo schermo di casa nostra è stato del tutto casuale: un misto tra “mi piace l’attrice che interpretava Veronica Mars” – indovina chi l’ha detto? – e “stiamo per avere una bambina e questa serie censura tutte le parolacce in modo divertente, potremmo anche prendere spunto!” – idee geniali della stessa persona -.

Apparentemente la trama può risultare banale quasi quanto molti film anni Novanta: quattro umani, mediamente giovani, muoiono d’improvviso in incidenti anche bizzarri e vengono accolti in quella che è “La Parte Buona“. A far loro da guida in questa transizione è un Architetto, Michael, responsabile del buon andamento di quello che lui definisce “distretto”, ossia il quartiere residenziale di quello che sembra proprio il paradiso e che promette di ripagare le aspettative e i desideri che i defunti meritevoli coltivano – spesso senza successo – in vita.

Solo che i quattro protagonisti non risultano poi così meritevoli. Anzi, in più di un caso, veri e propri cialtroni arrivati per sbaglio in un luogo che non era per niente destinato a loro. Questa contrapposizione apre giustamente la strada a situazioni imbarazzanti, gag, una trama piuttosto circolare unita a riflessioni leggere in merito alla contrapposizione tra bene e male.

Contrapposizione che da nettissima si fa man mano più grigia, confusa e profonda, fino ad arrivare al climax finale. In un viaggio non lineare tra Parte Buona, Parte Cattiva, parte di mezzo, Terra e quartier generali di giudici improbabili, i quattro si troveranno davvero a riflettere sul senso della vita, della morte, delle aspettative che porta con sé il famigerato per sempre e, giusto per rimanere leggeri, sulla cessazione definitiva dell’esistenza.

There is no answer

but Elanor is the answer.

Ne risulta che gli ultimi episodi della stagione finale, pur rimanendo incredibilmente ancorati alla chiave leggera che contraddistingue tutto il progetto, scardinano qualsiasi mira prettamente umana, donando un finale ai personaggi perfettamente in linea con il loro percorso ma assolutamente inconciliabile con ciò per cui sono stati caratterizzati inizialmente. Una scelta che commuove, fa riflettere ma soprattutto dimostra con un coraggio assolutamente imprevisto l’inafferrabilità di concetti che, grazie alla cultura predominante del “qui ed ora” in cui siamo immersi, ormai riteniamo lontani anni luce da noi.

Mica male, per una serie che sembrava avesse solo la pretesa di far sorridere per venti minuti ad episodio.

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