Bridgerton: abbiamo davvero bisogno di continuare a redimere gli uomini?

Amo le serie come Bridgerton, e quello che riescono a fare: scollegare la testa, farti pensare ad assurde frivolezze, addirittura usare tempo ed energie per cercare di capire come scorreranno gli eventi. La cadenza rosa del racconto è sempre stata il punto debole di famiglia e no, non mi vergogno ad ammettere che trovo rilassante parcheggiare corpo e mente davanti al televisore acceso, beandomi di problemi inesistenti di vite privilegiate. Dopotutto, parafrasando un ormai vecchio film di Aldo, Giovanni e Giacomo, la vita non è solo un mattone polacco che hanno letto in due persone.

Va però detto che, anche in questo genere, c’è storia e storia. E Bridgerton, con il suo carico da novanta messo in piedi dalla corazzata Netflix & Shonda, non riesce a sfondare. Non basta un mondo ottocentesco multiculturale o l’accenno allo stigma dell’omosessualità per rendere la prospettiva di quello che invece appare come un circo di assurde leggerezze senza un vero scopo. Si veda alla voce Orgoglio e Pregiudizio, per trattare il tema come si deve. Anche l’espediente narrativo di Lady Whistledown è abbastanza scontato, niente a vedere con il mitico Dan Humphrey, che tenne almeno due generazioni di adolescenti con il fiato sospeso per ben sei stagioni. Qui non duriamo nemmeno otto puntate.

Ciò di cui sopra, lo ammetto, è il commento standard che attira lo spettatore di una serie come questa. Vedere per smontare. Chiacchierare per distogliere l’attenzione. La finzione dello schermo che continua nella vita reale. E quindi, obiettivo raggiunto. Quello che però mi ha completamente lasciata attonita, soprattutto vista la mano pagante di sua maestà Shonda Rhimes, è la caratterizzazione assolutamente inesistente dei personaggi, limitatasi nei fatti a una bella questione di inclusività impacchettata in nastri e sottane.

E qui mi chiedo: perché Shonda, che bombarda il mondo da un paio di decenni con l’ultima grande SERIE a ventidue episodi a stagione, che si batte per la parità di genere, di etnia, di sessualità (tanto per dirne alcuni), scalfisca solo la base di quella che sarebbe potuta essere una rivoluzione di genere. Perché scegliere dei libri come quelli di Julia Quinn (che non ho letto personalmente e non penso di avere in programma di farlo, ma Google suggerisce che siano genere Harmony), se non per ribaltarli completamente, creare un contradditorio, parallelizzarli davvero al mondo moderno?

Il fulcro della serie, oltre agli addominali del Duca di Hastings, notevoli ma anche parecchio ridondanti da un certo punto in poi (non pensavo di dirlo ma all’ennesima scena di sesso ho pensato: eddai, passiamo oltre), è proprio questo: la bella e ingenua fanciulla che con la forza del suo amore riesce a riportare il sereno nella vita del bel tenebroso, che ha passato infanzia e giovinezza cullato dai suoi demoni ma per cui l’improvvisa apparizione della sua personale Beatrice coincide con la risalita dall’inferno. Uomini e crocerossine, come piace che l’amore sia rappresentato.

Ammetto di essermi incuriosita, nei primi episodi, nel vedere questi due caratteri così stereotipati concordare una strategia, una critica alla società, un sodalizio che nelle intenzioni doveva elevarli a superiori rispetto alla morale circostante. Sembrava che davvero potesse venirne fuori qualcosa di diverso. Leggero, frivolo, ma diverso. Invece l’ironia, la complicità, la parvenza di modernità si sono infrante contro il muro dei duelli, delle fanciulle da salvare, delle doti da pagare, del banale ricalco di un’etichetta che credo sia più fittizia che storicamente esistita.

E forse è un bene, perché in un momento di sconforto questa serie ha fatto sembrare il mio quasi inesistente pensiero critico più spesso del foglio di carta su cui è stata scritta. Cosa che, di questi tempi, non è un male.

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