The Queen’s Gambit

In elegante ritardo sull’opinione pubblica, per lo meno di quella della mia bolla Facebook, ho appena terminato di vedere La Regina degli Scacchi. Un titolo che non rende giustizia al corrispettivo inglese, dove il gioco di parole con una delle mosse del non poi così popolare gioco da tavolo lo rende sicuramente più evocativo ed azzeccato.

Avevo altissime aspettative, dopo aver letto tanti commenti così favorevoli, e avevo tanta paura di rimanere delusa. In effetti, gli elementi per rendere queste sette puntante degli scorci banali c’erano tutti: la ragazza rimasta orfana da mamma depressa, la famiglia adottiva ugualmente incasinata, il talento che rischia di essere buttato via per la rabbia ed il senso di inadeguatezza.

Elisabeth “Beth” Harmon sembra entrare in punta di piedi nella sua stessa storia, guidando lo snocciolarsi degli episodi con pacata determinazione dalla sua infanzia alla maturità, inframmezzata da rovinosi scivoloni verso lo sconforto più totale.

Puntata dopo puntata, vittoria dopo vittoria (ma anche sconfitta), è impossibile non rimanere affascinati dalla sua grazia, dalle espressioni appena accennate, dalla fragilità che non riesce a tenere dentro di sé come vorrebbe, dalla caparbietà con cui si permette anche scelte rischiose (dall’essere poco lucida al decidere con tanta leggerezza delle proprie finanze).

Il suo ritratto non è solo luci ma anche, prevalentemente, ombre. Che la rendono umana nel suo incredibile talento, alla mano nel suo sembrare così inarrivabile quando parla il suo talento, il suo intelletto. Plauso speciale all’interprete, Anya Taylor-Joy, davvero incredibilmente calata nel ruolo della giovane donna solitaria ed introversa, tanto da rendere impossibile non rimanerne affascinati.

E durante la puntata finale **ALLERTA SPOILER** fa sorridere ma anche commuovere che tutti, ma proprio tutti, siano pronti a dare a Beth una mano, un suggerimento, un aiuto. Anche se con troppo orgoglio non ha più chiesto, anche se lo stesso orgoglio aveva rischiato di spezzare tutti i legami che aveva. Persone così diverse, che non avrebbero altro motivo di riunirsi se non per la forza gravitazionale esercitata dal suo essere, debole e forte allo stesso tempo.

La Regina degli Scacchi alla fine è questo: il ritratto di una giovane ragazza, fortunata nella sua sfortuna, che trova nel suo talento anche il rifugio per quello che ritiene ingovernabile della sua vita. E, almeno in apparenza, riesce a raggiungere una flebile pace nell’eterno conflitto interiore tra chi è davvero e chi sente di dover essere.

A volte lenta, ma mai noiosa. Con una fotografia e una colonna sonora a mio parere eccezionali, che ne valorizzano la trama e rendono lo scorrimento ritmico anche quando il dialogo è assente, La Regina degli Scacchi è una di quelle serie che merita di essere vista.

Per lo meno, da tutti coloro che come me non lo avevano già fatto.

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