Lucifer e il libero arbitrio

Incentrare una serie su Lucifer Morningstar, diavolo mortale in vacanza a Los Angeles, era secondo me un azzardo ben oltre la graphic novel da cui il soggetto è tratto. Non solo per le rivolte delle mamme d’America, tra blasfemia e diseducazione, ma proprio per la delicatezza della materia, crocevia di religione, psicologia, civiltà e storia.

Lo ammetto, sono partita scettica alla lettura della trama: stanco di governare l’Inferno, il diavolo si prende una vacanza e si trasferisce, curiosa assonanza, nella città degli angeli. Qui diventa il proprietario di un locale notturno, il Lux e, udite udite, consulte per la polizia.

Oltre il consueto pacchetto salva audience, solita somma di humor, storia d’amore mai concretizzata e punizione dei cattivi generati sistematicamente dalla parte crime del telefilm, Lucifer prova a porre interrogativi interessanti agli spettatori. Uno fra tutti, il rapporto tra il male e il libero arbitrio.

Come il diavolo, impersonato da un ispirato Tom Ellis, non manca mai di ricordare, il suo ruolo nei confronti dell’umanità è ben definito: tentatore, istigatore, punitore… ma mai sostituto della singola volontà. Sono infatti gli esseri umani a destinare il loro tempo fuori dal Lux per richiedere favori; sono loro che implorano, si struggono per desideri più o meno banali, accettano compromessi. Il custode dell’Inferno offre solo una via, che chiunque può decidere di percorrere o di abbandonare.

Ed è questo l’aspetto maggiormente significativo di una serie anacronistica: il diavolo, che decide addirittura di rivolgersi ad una psicologa quando rischia di perdere di vista i confini del suo essere, viene presentato come una delle scelte possibili. Vezzeggia, insiste, manipola e lusinga, ma l’ultima parola in ogni patto è di colui che accetta le condizioni.

Vittima anche lui del volere incontrastabile del Padre – che con una fugace apparizione nella seconda stagione complica ancor più le possibilità di discernere il mito dalla fiction – Lucifer cerca di non perdere di vista le sue caratteristiche fondanti ma di costruire su esse un personaggio d’impatto e di fragile comprensione.

Chloe: What happened?
Lucifer: Well… where do I begin? With the grandest fall in the history of time? Or perhaps the far more agonizing punishment that followed? To be blamed for every morsel of evil humanity’s endured, every atrocity committed in my name? As though I wanted people to suffer. All I ever wanted was to be my own man here. To be judged for my own doing. And for that? I’ve been shown how truly powerless I am. That even the people trusted–the one person, you–could be used to hurt me.

Una serie che gioca sul confine tra empatia e oggettività, alternando dialoghi brillanti a scontate evoluzioni, con secondo me un unico pregio indiscutibile: mettere lo spettatore davanti ad uno specchio e spingerlo chiedersi se la faccia da diavolo possa essere un riflesso anche di sé stesso.

Da vedere? Non lo so. Forse 3 stagioni (+ la quarta confermata) sono troppe.

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