Vox: fatti le domande giuste

Quando comparve questo pezzo sul IlLibraio il mio primo pensiero non si discostò troppo da: ci siamo, il nuovo Hunger Games per pubblico adulto.

Ammetto che distopia non è in genere capace di evocare in me grandi imprese o indimenticabili personaggi, come invece sembra accadere ai divoratori di Young Adult. Nemmeno il fatto che accanto a questo termine trovassero posto concetti come scienza, neurolinguistica, afasia o biochimica riuscivano a convincermi che Vox di Christina Dalcher valesse la lettura. Semplicemente, temevo la delusione.

Avendo chiuso un 2018 zoppicante insieme al deludente Mangia, Prega, Ama, la cui considerazione da parte mia si concentra nell’unico aggettivo già utilizzato, con questo acquisto ho avuto paura di mandare alle ortiche il ritrovato entusiasmo letterario scatenato da Becoming.

La partenza è stata ottima: ho divorato cento pagine, inveendo pesantemente contro mio marito – la cui unica colpa in quel momento era essere uomo – e inviando a chi mi aveva consigliato la lettura un messaggio dal suono vagamente minaccioso:

Bel consiglio. Ti farò sapere cosa ne penso alla fine, se il libro riesce a rimanere integro.

Perché Vox è in grado di toccare nervi che nemmeno immagini di avere scoperti, con la stessa facilità che si potrebbe riscontrare nell’offrire una fiorentina a un vegano. Non che questo sia proprio inaspettato, visto l’argomento ampiamente trattato nella quarta di copertina:

Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere. Perché, con il nuovo governo al potere, in America è cambiato tutto. Jean è solo una dei milioni di donne che, oltre alla voce, hanno dovuto rinunciare al passaporto, al conto in banca, al lavoro. Ma è l’unica che ora ha la possibilità di ribellarsi. Per se stessa, per sua figlia, per tutte le donne.
[limite di 100 parole raggiunto]

Fin dalle prime pagine si viene catapultati in quest’allucinazione collettiva, sempre in bilico tra il recente passato che ha visto questo fantomatico Movimento della Purezza arrivare al potere, ad un presente a metà tra gli anni Cinquanta e il Medioevo.

Jean è una donna particolarmente sensibile a questa brutalità: derubata del suo lavoro come ricercatrice su una possibile cura per l’afasia di Wernicke, madre di quattro figli – tre maschi e una femmina -, moglie di un esponente in vista del nuovo Governo, è il personaggio perfetto con cui entrare in empatia.

Ti incazzi – non ti arrabbi, nemmeno ti indigni, t’incazzi proprio – nel comprendere sempre meglio le logiche di un mondo di apparente cortesia, sottomissione, diritti negati, lezioni di cucito e contatori che ti ricordano con scosse elettriche di non parlare troppo. Uomini e donne deportati in campi di lavoro e impuri giustiziati pubblicamente, tutto in nome di un regime religioso che ha colonizzato niente meno che gli Stati Uniti, mentre il resto del mondo resta a guardare, deridendo la deriva culturale di uno dei più grandi Paesi industrializzati.

Assurdo? Non proprio, per lo meno se paragonato alla crescente – e preoccupate – estremizzazione di concetti propagandistici che vediamo tutti i giorni sui social. Vox rappresenta proprio questo: un’occasione per riflettere sulla negatività di qualsiasi tipo di estremismo, indipendentemente dalla forma o dalla proposizione, oltre che sulla fatidica domanda davvero è così improbabile che possa accadere?

Per il resto, lo svolgimento narrativo non mi ha particolarmente entusiasmata. Ho apprezzato la figura fantasma di Jackie, l’amica da sempre sensibile ai ruoli attivi all’interno della società. Perché alla fine è questo il messaggio che passa: se lasci che tutto scorra, se segui la corrente convinta che vada sempre tutto bene, non puoi stupirti che i risultati possano essere diversi dalle aspettative. L’unica alternativa è imparare a nuotare, anche controcorrente. Perché solo facendosi domande su ciò che accade è possibile imparare a leggere analiticamente la realtà. E provare a cambiarla, all’occorrenza.

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