Rivoglio il mio Mondo Piccolo

Io nella Bassa ci ho lasciato il cuore, fin da bambina. Tanto è vero che a Brescello ci ho trascinato ben due volte mio marito – la prima eravamo fidanzati e da lì, probabilmente, avrebbe dovuto capire molte cose.

Per chi – e credo siano molti – non ha la minima idea di che cosa significhi questo preambolo, ecco la spiegazione chiarificatrice: la Bassa è quello spaccato di Pianura Padana raccontato da Giovannino Guareschi, da cui è stata tratta la serie di film dedicati a Don Camillo. Reazionari contro comunisti, cattolici e atei, operai e contadini incastrati in un territorio rurale e spesso allagato dal Po, reso aspro dal dopoguerra e poco permeabile alle innovazioni della città.

Don Camillo ha sempre avuto un effetto allegro su di me, con la semplicità della sua narrazione, nella folkloristica rappresentazione di un pudore che oggi si è perduto. Ho sempre ammirato il rapporto tra il prete, capace però di calarsi nel vivere del mondo, e il sindaco comunista Peppone, in grado di avere a cuore la popolazione oltre che la posizione. Quel rispetto sempre presente ha sempre incoraggiato in me l’ideale di una politica per le persone, più che per le poltrone.

Con questo carico di buoni sentimenti ho acquistato i due libri editi da BUR Rizzoli, Don Camillo e Il Compagno Don Camillo. Mi incuriosiva leggere i racconti che avevano ispirato quei due personaggi per me mitologici, e devo dire che con Don Camillo non sono rimasta delusa.

Le cose si sono complicate con Il Compagno Don Camillo: premetto che dei film con Fernandel e Gino Cervi, questo titolo è quello che mi piace meno. Ambientato almeno un decennio dopo i primi, con meno smalto e ironia, mi lascia sempre malinconia più che reale divertimento.

Ma niente può essere peggiore della mia esperienza con il volume: un proclama anticomunista e anti industriale, preceduto da una puntualizzazione agghiacciante di Guareschi circa la sua visione completamente negativa del progresso, tanto da fargli rimpiangere il Mondo Piccolo dell’immediato dopoguerra.

Don Camillo non è più il prete burbero dal cuore gentile, capace di parlare con Gesù e di battezzare un bambino Libero Camillo Lenin perché con un Camillo vicino persino quello lì non può niente, ma diventa un cinico e antipatico agente politico, in viaggio in incognito per l’Unione Sovietica con il compito autoimposto di convertire a ideali politici più consoni i suoi compagni di viaggio. Un racconto che si riduce a un freddo manifesto di un autore rancoroso verso un mondo che non è andato nella direzione in cui sperava, che inchioda il protagonista nel ruolo antipatico del predicatore più che del burbero pastore.

Non ci siamo. Con tutta la stima che mi rimane per Giovannino Guareschi, una storia merita di essere trattata con più rispetto di un mero trattato ideologico, dove invece può essere normale snaturare i personaggi solo per avvalorare le proprie teorie. Rivoglio il mio Mondo Piccolo, quella Bassa dove il prete e il sindaco si superavano vicendevolmente in bicicletta, con idee politiche contrapposte ma accomunati dal rispetto umano. E per favore, non buttiamo sempre tutto in politica!

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