Wild – la solitudine come consolazione

Credo che in anni recenti “Wild” sia ciò che più si possa avvicinare per me a una narrazione di formazione. Orfana delle mie adorate serie televisive, da Beverly Hills a OC, passando per Gossip Girl, ho ripiegato la mia voglia di confrontarmi con le debolezze altrui su questo racconto in prima persona di una donna che, dopo aver perso la madre e aver vissuto una serie di penose vicende, decide di mollare tutto per percorrere parte del PCT, una versione americana e decisamente anni Novanta dell’europeo Cammino di Santiago, senza tutta la zavorra religiosa di mezzo.

Ne ero rimasta incuriosita fin dall’uscita del film, nel 2014. Nel mio immaginario Reese Witherspoon è una di quelle attrici “dolci e simpatiche”, credo soprattutto a causa de “La rivincita delle bionde”. Tuttavia il mio allora fidanzato (oggi paziente marito) non sembrava morire dalla voglia di spendere qualcosa come venti euro per un film incentrato su “una donna con le paturnie”, quindi la mia curiosità rimase chiusa fuori dalle porte del cinema.

Questo almeno fino all’agosto 2016 quando, per passare il tempo su un noiosissimo volo intercontinentale AirCanada costellato da ripetuti attacchi di panico per la mia claustrofobia persistente, decisi di concentrare la mia attenzione proprio su Wild. Una rivelazione, soprattutto per l’intensa interpretazione della Witherspoon, che a tratti mi fece dimenticare il mio inglese arrugginito (una bella impresa, dato che solo poche ore dopo mi sarei trovata davanti a una ragazza latinoamericana che, per farmi capire il funzionamento del cambio automatico dell’auto presa a noleggio, dovette procedere in uno spagnolo semplificato). Rividi il film pochi mesi dopo, tornata a casa, accanto al mio ormai marito che stranamente non lo trovò così terribile (sicuramente meglio di Into the wild, ma quella è un’altra storia…)

Sinceramente non sapevo nemmeno che la storia (vera) fosse tratto da un libro. Credevo fosse qualcosa a metà tra la romanzata americana e la raccolta di vecchi articoli di qualche quotidiano locale. Quando, lo scorso 4 agosto, mi sono imbattuta nel libro originale di Cheryl Strayed, ho sentito l’impulso di comprarlo. Non so nemmeno perché, visto che solitamente i libri di cui ho già visto il film finiscono per annoiarmi.

Eppure mi sono ricreduta. Certo, non è né rivoluzionario né pubblicitariamente appetibile (vedi la simpatica Eleanor Oliphant che ancora non ho capito se essere interessante o fin troppo commercializzato), ma ti tiene attaccata alle pagine. E, per la prima volta dopo molto tempo, ho provato l’impulso di rileggere parti di libro prima di finirlo, invece che saltare pagine.

Sicuramente intenso, a tratti contorto, provocatorio e fragile, incarna la vita di una povera disgraziata costretta a districarsi tra una serie di drammi e tragedie che potrebbero accomunare tutti. Ovvio, non si sveglia trekker dalla sera alla mattina, come invece sembra accadere nel film. Ma, a parte i campeggi preventivi per le vacanze o il 4 luglio, non è così preparata. Allo sforzo fisico come alla vita.

E questo, è consolatorio. Per quasi quattrocento pagine, fa capire come la vita sia sempre un po’ sospesa, a volte data per scontata, ma mai fino in fondo compresa. Fa sentire un po’ meno soli.

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