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Il miraggio di Wattpad

Ci siamo. Siamo al momento della confessione, quello che precede la richiesta d’aiuto.

Ciao, sono Francesca e anch’io ho un account Wattpad.

Adesso, se vi fosse comodo, avrei bisogno di parole d’esortazione, di comprensione, d’ispirazione.
No, calmiamoci. Non scrivo su Wattpad. Io leggo. O meglio, leggevo. Sto cercando di smettere.

Quando ho scoperto la piattaforma, ero già in ritardo. Da adolescente solitaria, amante della letteratura e saltuariamente bullizzata, ho scoperto presto il fascino delle comunità online. Cose da sfigati, almeno finché Harry Potter non è diventato il franchising del millennio e Orlando Bloom un sex symbol.

Ho assistito all’attacco hacker vero o presunto di fanfiction.it, che dai primi anni 2000 non si è più ripreso, alla crescita esponenziale e ai blocchi di server dell’EFP.

Quando è arrivato sul mercato Wattpad, con almeno un decennio di ritardo dall’esplosione delle community editoriali che avevo così attivamente frequentato nel periodo dei romanzi di formazione, come una vera radical chic ho storto il naso alla vista della massificazione dell’amore per la scrittura creativa, salvo poi gettare alle ortiche i miei principi alle prime pubblicazioni di rilievo fascettate.

Sì, perché a un certo punto da Wattpad sono esplosi decine di talenti in erba, che dalle pubblicazioni in cameretta sono passati a major globali. Ne sono un esempio Anna Todd o le nostrane Christina Chiperi e Ilaria Soragni, con i loro romanzi scritti dall’iPhone. Sembra assurdo, eppure già dei tempi di E.L. James si poteva fiutare quale cambiamento fosse nell’aria.

Sono stata letteralmente abbagliata dalla promessa dell’autopubblicazione. Quella fiera della meritocrazia dove se un’opera è di valore sarà notata, apprezzata e infine pubblicata da un editore vero. Per questo, convinta di fregare il sistema e risparmiare un po’ di quattrini, ho infine ceduto e regalato i miei dati alla piattaforma canadese, con la speranza che le loro politiche di privacy siano migliori di quelle di Facebook (dove comunque, da tempo immemore passo il tempo).

Non voglio aprire un dibattito sulla banalità o la serialità dell’80% delle trame, sulla brutalità del confronto, degli insulti, dei plagi (io stessa ho trovato dei pezzi da museo scritti di mio pugno nel lontano 2002 spacciati da altre sedicenti autrici come propri, rimosse con somma difficoltà più per l’imbarazzo che per esercizio di proprietà intellettuale). Certo, poi ci sono sassate come il promettentissimo esordio di Silvia Ciompi, che pur non incarnando il genere che preferisco racchiude in sé una freschezza e un realismo tali da non poter essere ignorati. Però sono rare. Molto.

Insomma, in una piattaforma che dovrebbe essere aperta al confronto, per il miglioramento di ogni aspirante autore, ho capito che succede il contrario. Ci si appiattisce alla noia, alle trame tutti uguali, ai giudizi superficiali e alle situazioni che vendono. Ai capitoli spezzettati in più giorni e ai giorni che durano settimane solo per tenere il lettore con il fiato sospeso. E tutto questo paga. Paga in lettori entusiasti, che diventano stalker appena il malcapitato autore non si collega per più di una manciata di ore. Paga in commenti estasiati, recensioni stellari, che nel giro di due righe possono ribaltarsi senza possibilità d’appello. Paga in numero di visualizzazioni, in spasmodica attesa.

Il fatto è, che non sempre paga in qualità.

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