Quando la bilancia passa dai social

Infine, è successo anche a me. Un bel giorno ho aperto il mio profilo Facebook e tra le notifiche ho scorto quella che avrebbe dovuto rappresentare un cambiamento epocale per la mia esistenza: Y ti ha aggiunto al gruppo XXX.

Il concetto sembrava inizialmente banale: riunione di donne mediamente giovani, drammaticamente normali e quindi alle prese con i classici problemi della quotidianità. Chili di troppo, affaticamento, poco tempo e voglia per prendersi cura di sé. Concetti che, visto il mio inesorabile avvicinamento ai trenta e la conseguente comparsa dei primi segni di cedimento fisico, iniziano ad essere mediamente sentiti.

Ora, va detto che io ho sempre evitato i gruppi. Niente rimpatriate Whatsapp con gli ex colleghi, niente gruppi di mamme (operazione riuscita con elegantissimo dribblaggio tra corsi preparto e degenza post parto) e, soprattutto, pochi, pochissimi gruppi di amici, che poi succede sempre che posti quella cosa che uno degli altri non deve sapere. Per questo ogni volta che mi imbatto in uno di questi fenomeni d’aggregazione remota, è inevitabile finire a studiarlo con quella curiosità tipica di una studiosa di fronte a un fenomeno raro e misterioso. Ed è successo: in questo gruppo sono rimasta.

Così, a colpi di capelli più lucenti e addominali più scolpiti, sono rapidamente scivolata nel pericoloso mondo delle rinunce. Ragazze che postano foto di pranzi con misere barrette energetiche, beveroni vitaminici troppo spesso presentati come sostituti di pasti o attività fisica, invece che come corretti supporti. Storie di dimagrimenti condivise e idolatrate dagli altri membri del gruppo, fotografie di cosce più o meno tornite con entusiaste spiegazioni di come passare dal “prima” al “dopo”. Sintomi di un cattivo rapporto con il proprio corpo e con il cibo in bella vista ma allo stesso tempo nascosti dietro a pallide scuse (non vivo solo di questo, è necessario uno stile di vita sano, è solo un aiuto), aggravati da onnipresenti disclaimer sulle foto che vietano la pubblicazione delle suddette in qualsiasi angolo del web escluso il gruppo, pena pesanti ripercussioni legali (quali siano, visto che il web è comunque uno spazio pubblico, devo ancora capirlo).

Tempo fa ho partecipato ad una conferenza dove si affermava che i disturbi alimentari passano dal deep web, con il suo carico di contenuti segreti e abilmente usati per divulgare pensieri distorti e opinioni indifendibili. Già allora avevo bollato quelle affermazioni come sommarie ed inconcludenti, con solo il sospetto che la realtà fosse molto più complessa. Ora ho potuto testare con mano che non serve navigare anonimamente per imbattersi in forum capaci di incitare a stili di vita estremi e sbagliati, bastano i gruppi di Facebook giusti. Gruppi potenzialmente alla portata di tutti, che da innocenti spazi di scambio possono portare a conseguenze che forse nemmeno gli stessi amministratori possono, o vogliono, prevedere.

Quindi la domanda è: dove finisce la libertà d’espressione e dove invece inizia il dovere d’intervento? Perchè quelle foto non superano mai il limite, eppure ho visto parecchie mamme pregare di esprimersi in modo diverso, prima di vedere anche le proprie figlie vittime di questo sistema di “magrezza a tutti i costi”.

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