Domande, risposte e rotture

Tutti hanno uno spazio nella propria memoria dedicato al periodo delle scuole. C’è chi nostalgicamente ripensa alle giornate di ozio, chi ai vecchi amori e chi al compagno di banco, con cui magari è rimasto tutt’ora amico. Ma c’è una costante che accomuna ogni classe, ogni ricordo, ogni possibile divagazione sul tema: il/la solito/a secchione/a che alza la mano a ogni domanda, che chiede, che catalizza l’attenzione. Croce e delizia dei docenti, solo croce per i coetanei.
Ricordo perfettamente quella in classe con me. I modi di fare, la risposta sempre pronta. La ricordo così bene che ancora oggi mi viene un po’ da odiarla, sopratutto quando mi guardo allo specchio.

Chiariamo un fatto: non ho mai amato fare domande per mettermi in mostra. Anzi, il fatto di essere riuscita ad impappinarmi persino durante la presentazione della tesi di laurea è grosso sintomo di quanto la mia spiccata timidezza abbia sempre giocato un ruolo fondamentale nelle mie relazioni interpersonali.

Non ho mai voluto conquistarmi l’affetto dei professori, semplicemente amavo chiedere. Come se fossi perennemente rimasta alla fase dei “perchè” che di solito attraversano i bambini di due o tre anni. Questo, finché non ho iniziato a lavorare.
Ho afferrato non troppo presto quanto fosse sottile il confine tra curiosità e ingenuità. Ho capito come quelle domande giocassero in realtà a mio sfavore. Perché se poni delle domande a chi di spiega il tuo lavoro i casi sono due: o sei stupida, o sei una piantagrane.

Ovvio, ci sono le eccezioni. E le ho anche incontrate. Ma vuoi mettere la gioia negli occhi degli altri, quando arriva il posto più o meno fisso e all’altra stagista la proposta di una collaborazione occasionale?

Per questo, ho smesso di farmi domande. Piano piano, poco per volta, ho selezionato nella mia testa i quesiti utili per svolgere bene il mio lavoro, separandoli ermeticamente dalle piccole curiosità che invece ho preso a tenere per me. Fino a soffocarle, fino a farle diventare una montagna di neve latente, pronta al primo sole a diventare una valanga.

E il sole è arrivato, a un certo punto. Così forte e potente che le domande che mi sono posta sono arrivate dritte dritte sulla scrivania di uno dei dirigenti che avevo sempre ammirato. Ironiche, sarcastiche, pungenti.

Pensate che con lo spirito critico ci si possa vivere? Forse in rarissime eccezioni. Per il resto, tocca spiegare cosa davvero intendevi, tocca metterci la faccia e ascoltare la risposta a testa bassa. Tocca sperare di essere rimessi a posto con gentilezza e non con sdegno. A volte, capita.

Così arrivi a fine giornata, mortificata e un po’ pentita. Chi te l’ha fatto fare di dire la tua? Che cacchio avevi in mente quando hai parlato? Non era meglio farti i fatti tuoi e lasciar correre? Cosa ci hai guadagnato?
Niente. O forse tutto. Il rispetto di me stessa quanto può valere?

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