Chi cerca il posto fisso?

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Gli stage non retribuiti sono opportunità per crescere, non mezzi per avere forza lavoro a costo zero.

Per una donna è difficile ottenere una buona posizione lavorativa, perché nel picco della sua carriera l’orologio biologico la farà regredire allo stadio di “massaia anni Cinquanta”, con tanti saluti all’azienda che sfruttava la sua voglia di affermarsi credeva nel suo potenziale, costretta addirittura a versare l’indennizzo di maternità (INPS, questa sconosciuta).

Se non hai un contratto a tempo indeterminato non potrai mai staccarti dai finanziamenti di mamma e papà, non avrai una vita tua e potrai felicemente dedicarti a quello che conta davvero nella vita, il lavoro.

Alzi la mano chi non ha mai sentito pronunciare dal proprio datore di lavoro le mille varianti di pensiero sui temi precedentemente esposti. Pochi, pochissimi. Rare mosche bianche che si tengono ben stretta l’origine della propria fortuna. Perché ormai, checché si parli di jobs act, quote rosa e via discorrendo, il cervello dell’imprenditore medio nostrano è così assuefatto da tali ragionamenti da non comprendere che un cambiamento è realmente possibile.

Nonostante l’avanzamento tecnologico e sociale, nonostante l’innalzamento del livello d’istruzione, nonostante i modelli vincenti che la società propone, è praticamente un lustro che mi scontro con una mentalità lavorativa retrograda, autoreferenziale e tendente all’involuzione.

Ho visto datori di lavoro ricattare giovani neoassunti al detto se non ti sta bene, con questa crisi fuori c’è la fila, ho visto ragazze che a trentacinque anni si trovano ancora nel limbo del tempo determinato perchè se ti regalo il contratto farai un figlio, ho visto stipendi da fame arrivare ingiustificatamente con ritardi clamorosi perchè tanto anche se i dipendenti puntualizzano la scorrettezza, fuori c’è comunque la famosa fila.

Ho visto tanta stanchezza e sempre meno attaccamento alla propria professione. Ho visto il mio prospetto pensionistico sul sito dell’INPS e, diciamocelo, sia che io riesca a raggiungere il benedetto posto fisso, sia che mi apra una partita iva, attualmente l’ipotesi di aspirare a una vita senza lavoro durante la vecchiaia è fuori discussione.

Ho visto che, infondo, l’insoddisfazione serpeggia da entrambe le parti: i lavoratori soffrono nella loro costrizione dipendente, che li spinge ad accontentarsi della progressiva riduzione dei propri diritti pur di non perdere quelle poche comodità ancora rimaste, mentre i datori di lavoro non riescono a replicare la qualità dei risultati che fino a qualche anno fa era la norma, anche se la manodopera abbonda.

Alla fine ho capito che, con buona pace della generazione degli anni Settanta, il posto fisso è diventato davvero un’utopia. Senza regole, morale o passione, anche il bonifico puntuale ogni mese diventa una magra consolazione, incapace di ripagare quell’impegno che ormai anche per un dipendente si spinge oltre le quaranta ore settimanali, con telefonate o whatzapp che spezzano la realtà familiare di sera o nei weekend, il tutto rigorosamente attraverso la linea cellulare personale dato che per policy aziendale la reperibilità non viene contemplata né retribuita.

Il bivio presenta quindi una scelta brutale: raccogliere quello che pian piano arriva senza pensare al domani, cercando di seguire la propria strada, o stringere i denti nella speranza che qualcosa cambi in meglio, rimanendo attaccati a quella sicurezza del posto fisso che ormai sembra sempre più sbiadita?

Io non ho ancora deciso.

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3 pensieri su “Chi cerca il posto fisso?

  1. Ciao Francesca

    credo ci sia un fattore che non consideri: quanto costa la forza-lavoro all’imprenditore? Lungi da me prenderne le difese, visto che ogni caso (anzi, persona) è a sé coi suoi pregi e i suoi difetti, ma se pensiamo a quanto costa la stabilità – in Italia – e quanto conviene la precarietà, credo che capiamo perché la situazione si sta avvitando su se stessa in questo modo. Dopodiché l’augurio è di trovare un’azienda che ti offra la possibilità di realizzare i tuoi sogni professionali: per quella, anche il sacrificio di guardare WhatsApp pure nel w-e non ti sarebbe grave. In bocca al lupo 😉

    1. Ciao Alessandro,

      Assolutamente d’accordo e anzi, per quanto appaia chiaro che la mia lettura della realtà sia inevitabilmente contaminata dall’essere dipendente, sono conscia che i problemi siano da entrambe le parti. Detto questo sono convinta che ci sia sempre modo e maniera di venirsi incontro, ma troppo spesso vedo una sproporzione dei pesi sulla bilancia a favore di chi contrattualmente ha più potere. Il fatto è che bisogna imparare a non approfittarsene, da entrambe le parti. Perché diciamolo, se siamo a questo punto è anche perché troppi errori sono stati commessi da entrambi i lati della barricata! Grazie del commento!

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