Resti di un’incorruttibile innocenza

Fonte: www.flickr.com
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“Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973. Negli anni Settanta, le fotografie delle ragazzine scomparse pubblicate sui giornali mi somigliavano quasi tutte: razza bianca, capelli castano topo. Questo era prima che le foto di bambini e adolescenti di ogni razza, maschi e femmine, apparissero stampate sui cartoni del latte o infilate nelle cassette della posta. Era quando ancora la gente non pensava che cose simili potessero accadere.”

Amabili resti non è un film che si possa definire originale o  innovativo. Questo non significa che non sia emozionante o coinvolgente, ma semplicemente che il fulcro attorno cui ruota la vicenda è rappresentato dall’orrore che troppe volte riempie le nostre pagine di cronaca.

Trasposizione di un romanzo pubblicato nel 2002 da Alice Sebold, il film è tanto semplice da capire quanto impossibile da digerire: Susie Salmon, vivace quattordicenne circondata da amore e speranze, protetta da una comunità apparentemente senza pericoli, viene improvvisamente strappata alla vita dal vicino di casa che, ossessionato dal suo ingenuo approccio alla vita, non si fa scrupoli nel violentarla e ucciderla.

L’anima di Susie diventa così assoluta protagonista della storia: incapace di staccarsi dal mondo conosciuto, inizialmente sconcertata ed in seguito infuriata per la sua prematura morte, si trova costretta in un limbo che la porta ad essere vicina ma allo stesso tempo irrimediabilmente separata dai suoi affetti.

Il suo spirito inquieto, arrabbiato e spaventato, diventa presto il simbolo dell’ingenua innocenza tipica della pre adolescenza, straziato da un dolore assoluto quando realizza di non essere scappato dalle grinfie del suo aguzzino. Legata alla consapevolezza crescente che quell’uomo, quel mostro, le ha rubato la possibilità di vivere la vita che le si stava disegnando davanti, Susie dovrà venire a patti con la crudeltà umana e con la desolazione di ciò che è rimasto inevitabilmente indietro.

Peter Jackson, regista noto prima per il suo amore per il genere splatter, e in seguito per la titanica trilogia de Il Signore degli Anelli, abbandona l’approssimazione che lo ha reso conosciuto agli amanti del cruento per approdare a una regia più carezzevole, in linea con l’innocenza della protagonista, che conduce placidamente lo spettatore alla consapevolezza che, nonostante lo spirito di Susie perduri e che quindi la morte sembri non essere una via definitiva, nessuno la riporterà indietro. Un film che rappresenta un viaggio nei sentimenti di una giovane vittima, ma anche in quelli di quegli amabili resti che la follia di un uomo ha saputo generare.

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