Orphan black: (fanta)scienza che strega

Sabato 17 gennaio è andato in onda su Premium Action l’ultimo episodio della seconda stagione di “Orphan Black”, rivisitazione di rara maestria di un genere fin troppo abusato

La campagna promozionale  della BBC per il prossimo inizio della nuova stagione dello show
La campagna promozionale della BBC per la terza stagione dello show

Ci sono due tipi di storie che funzionano: quelle in grado di toccare le giuste corde della sfera emozionale e quelle che quando vengono bruscamente interrotte lasciano un senso di vuoto a sottolineare l’inconscia dipendenza sviluppata.

Alla seconda categoria appartiene senza dubbio Orphan Black, drama fantascientifico canadese capace di condensare in pochissimi episodi (10 a stagione) azione, emozione e uno sviluppo di trama tale da garantire una completa fidelizzazione dello spettatore.

Gli elementi della storia possono sembrare scontati: una protagonista, Sarah Manning, giovane, carina e dalla vita particolarmente incasinata, una matrigna poco presente, poco chiara ma molto autoritaria, un fratellastro dalla conclamata ed esuberante omosessualità e una figlia non troppo ingenua da proteggere, regalo di qualche ignota(?) relazione passata.

A questo quadretto dal dramma facile si aggiunge subito una nota misteriosa, con l’apparizione di personaggi legati da un’unica, insolita caratteristica: quello di avere lo stesso volto della protagonista. Lo spettatore e la stessa Sarah verranno quindi catapultati in un mondo di cospirazioni, esperimenti genetici, società farmaceutiche e sette religiose senza scrupoli.

Tatiana Maslany, volto di Sarah e di tutte le sue improbabile sorelle, compie un’impresa fuori dal comune nel calarsi con disinvoltura in tanti ruoli quanti possono essere le sfaccettature del genere umano, recitando molto spesso in contemporanea con sé stessa e donando ad ogni interpretazione un carattere distintivo unico. Ed è proprio questa grande sensibilità dimostrata dalla Maslany a sorreggere l’intera trama, dando concretezza a tutte le protagoniste e unendole, oltre che nel volto, anche nell’innata impossibilità di conformarsi come delle vere e proprie repliche di sé stesse.

Pur partendo da una base piuttosto classica (clonazioni, esperimenti, necessità di controllo sul prodotto delle sperimentazioni e libertà di pensiero di azione), Orphan Black riesce a snaturare i pilastri del genere fantascientifico, regalando un meraviglioso prodotto tanto ibrido quanto unico, perfetta rappresentazione del sentimento con cui gli autori hanno lavorato a questa trama.

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